Sul piano casa il comune detta legge

 

C’è chi ha selezionato gli edifici in base alla tipologia e chi ha dettato limiti specifici, stabilendo ad esempio che non si potranno toccare le palazzine in stile Liberty (Verona e Vicenza) o le case in collina (Bologna), o introducendo un vincolo di altezza massima oltre il Po (Torino). E c’è anche chi, semplicemente, ha scelto di applicare la legge regionale così com’è. Il risultato sono regole su misura in base al territorio, con discipline diversificate nel giro di qualche centinaio di metri.

L’intesa nazionale sul piano casa, declinata dalle leggi regionali, approda ora nei consigli comunali comuni. Ed è proprio alle delibere consiliari e agli strumenti urbanistici comunali che deve fare riferimento chi vuole effettuare lavori di ampliamento, demolizione e ricostruzione. Quasi ovunque, le delibere sono state accompagnate dalle polemiche parallele: da una parte, quanti avrebbero voluto maggiori possibilità di intervento; dall’altra, quanti avrebbero voluto più tutela per il territorio e il tessuto urbano. La verità, probabilmente, sta nel mezzo, pur tra mille differenze locali.

L’inchiesta del Sole 24 Ore evidenzia che – nelle sette regioni in cui è scaduto il termine assegnato ai comuni per limitare la legge e nella provincia di Bolzano – i capoluoghi di provincia ad aver deliberato sono 30 su 47 (31 su 57 se si conta anche la Toscana, la cui legge però non chiama i comuni a pronunciarsi).
La maggior parte dei comuni capoluogo che ha deliberato, ha deciso di specificare le aree in cui il piano casa non può essere applicato. «Nel nostro territorio abbiamo deciso di tutelare la zona a ridosso del margine del Po, a rischio idrogeologico, e l’area a sud della città, per la sua valenza ambientale – spiega Roberta Fusari, assessore all’Urbanistica del comune di Ferrara –. Inoltre tutte le Dia prevedono un passaggio preventivo in commissione qualità». Il via libera della commissione ambientale, peraltro, è richiesto da tutti i comuni capoluogo dell’Emilia Romagna. Nella maggior parte delle delibere comunali, le restrizioni riguardano le aree da tutelare, come la riviera di Rimini, le aree verdi dichiarate patrimonio ambientale a Perugia. Ma i vincoli, come mostra il caso di Milano (si veda l’articolo a fianco), possono annidarsi anche in una defizione apparentemente innocua come quella di “zona” urbanistica.

Anche i piccoli centri si sono dati da fare, ma l’impressione è che nelle realtà più piccole sia stato difficile predisporre in tempo le delibere. Su un campione di 42 comuni, 14 hanno approvato una delibera comunale, e sette di questi hanno deciso esclusioni di parti del proprio territorio. Il comune di Maranello (Modena), ad esempio, taglia fuori alcune aree specifiche di valore naturale e ambientale, come il torrente Tiepido, ma anche gli «spazi collettivi e gli ambiti specializzati per attività produttive di rilievo comunale e sovracomunale, con prevalenza di attività industriali».
Discorso simile per gli edifici di interesse storico, come i palazzi anni 30 di Bergamo. Spesso i vincoli sono differenziati in base alla destinazione degli edifici, come nel caso di Rovigo: «Le abitazioni devono rispettare solo la sagoma e il numero di piani fuori terra, ma il piano casa è esteso a tutto il territorio comunale – spiega Federico Pugina, responsabile della sezione edilizia privata del comune – mentre l’ampliamento non è consentito ai parchi commerciali e agli stabilimenti industriali o artigiani rumorose o inquinanti». E ancora, il comune di Casteggio (Pavia) ha esteso la tutela del centro storico, già prevista dalla legge, anche alle zone attigue che hanno «elementi di coerenza morfologica e ambientale».

Da segnalare, infine, che in alcune città il problema era stato già affrontato da tempo, anche se non sempre con lo strumento della deroga (si veda l’articolo a destra sul comune di Modena). A Perugia è prevista dal 2002 la possibilità di ampliare gli immobili fino a 250 metricubi, con le stesse limitazioni che il comune ha ora applicato alla legge regionale. Sesto Calende, Casteggio, Felizzano, invece, consentivano già in passato di aumentare i volumi nella misura del 20 per cento. Anche questa è l’autonomia comunale.

Sconti sugli oneri
Diversi gli interventi sugli oneri di urbanizzazione, ridotti di circa il 15% nella maggior parte dei capoluoghi. In alcuni comuni, la riduzione è legata all’impatto ambientale: a chi ristruttura e amplia un edificio seguendo i criteri della bioedilizia, per esempio, il comune di Belluno garantisce uno sconto del 20% sui contributi di costruzione, mentre a Cremona le riduzioni non vengono applicate in nessun caso. Il piano casa della Lombardia, ad esempio, prevede la possibilità di attribuire una riduzione dei costi di urbanizzazione fino a un massimo del 30%: l’amministrazione di Somma Lombardo (Varese) ha previsto uno sconto più contenuto, sino a un massimo del 20% e soltanto per le prime case, con esclusione dei fabbricati industriali.

Tratto da  il sole24ore 10 nov

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